Sogno meridiano, mater e materia. Julia Krahn al Castello Aragonese

Qual è la materia di cui sono fatti i sogni di Julia Krahn? mi sono chiesto, l’altra mattina, tornando a casa dopo aver chiacchierato per due ore con l’artista nel giardino della Caffetteria del Castello Aragonese. Poco più in là c’era la sua mostra… Il rigore e l’affabilità mi hanno catturato. E il suo racconto dello sbarco a Lesbo, nel 2024, per il Saffo Festival dove ha messo in scena in modo sublime «Hesperus the lost child», con l’aiuto prezioso di uno sconosciuto Genius Loci, ha sintetizzato la forza spirituale connessa all’impulso creativo. Con la complicità di una avventura nella Natura cruda, oltre la comfort zone. La brace della scoperta si annida lungo la faticosa linea di sconfinamento tra l’universale e il dettaglio. Un po’ mi viene in mente Henri-Louis Bergson, lo slancio vitale.

Abbiamo divagato. Il caffè, il caldo, le citazioni greche e antico-romane, lo studio aperto a Sorrento, i nipoti, il viaggio, la brezza di Levante, il nutrimento liquido della bellezza, l’umanesimo che c’inebria da quando fu inventato il Grand Tour. Questo e altro, im dialog, in dialogo, che per Julia è il contesto-chiave.

Intanto l’iniziale richiamo scespiriano (La Tempesta) ci sta. L’intuizione funziona, non è fuorviante. Dovrei indagare sui sogni di Julia, e sulla loro sostanza? Ma no, è evidente. È tutto così chiaro. Se Mater e materia, per i latini che ci hanno donato l’etimo, sono la stessa cosa, allora - per assioma - la materia del sogno è la maternità. I due fattori profetici, però, non mai stati così evidenti. E in Julia fanno exploit. Come principio attivo, insorgenza, generatività, materia prima e ultima. Sostanziosa e volatile, come ogni nascita, qualsiasi destino. Vediamo dopo che accade.

Traum è il sogno, in tedesco. Niente a che fare con l’italico trauma, mi raccomando. Ma, ripensandoci, una sottile e duratura affinità da qualche parte si nasconde. Altrimenti non mi spiego perché mi s’insinua adesso… di forza. Sto intraprendendo un viaggio coerente, che sento inciso da traumatica leggerezza. Necessaria. Non è un leggero trauma, attenzione. Ma una sequenza. La cui progressiva sottrazione di peso sancisce la sconfitta della paura. Dando tensione e stabilità all’esplorazione (mia). Sono decisive entrambe.

E si legano in continuum all’esposizione di Julia al Landesmuseum di Hannover che, lo scorso anno, ha avuto un successo memorabile grazie allo struggente rapporto ri-stabilito con le collezioni ospitate in quelle prestigiose gallerie.

Dovrei regalarle un Traumfänger, un acchiappasogni. Lo farò.

Magari questo oggetto fatuo ha già il suo posto in «Ursprung & Untergang. Al crepuscolo, una favola!», il titolo scelto da Julia per la sua personale nella Chiesa dell’Immacolata. Dove «Ursprung & Untergang» sono «Genesi & Apocalisse» unite per sempre da un segno speciale di congiunzione. Se «Ur» è ciò che è primordiale, «Unter» evoca la profondità, innanzitutto. Potente.

La coppia fa sobbalzare nell’unione indissolubile. Si salta a piè pari, verso l’alto in preghiera, verso il basso, ancora in preghiera. Ma si può girare pure qua e là… a mani giunte. Non è forse la sacralità della maternità, degli spazi e dell’allestimento dei materiali a caratterizzare qui l’esperienza? Che s’inchina a una ritualità di passaggio dettata dal luogo e sovrappone appartenenze e posizioni, scrutamenti e pause, riflessioni e respiri, meditazione, ascolto e visioni, attimi tattili contaminanti e sospensioni, cose, corpi e anime, distacco, assenze, schermi/corpi e schermaglie incorporee?

La «&» è il crocevia. Svela la ricerca di un’etica delle relazioni sulla quale Julia, credo, non smetterà mai di lavorare e di interrogarsi utilizzando ovunque il filo delle rappresentazioni femminili, FrauenBilder insomma, per ricollegarmi alla scena di Hannover... In concretezza, realmente, perché l’arte, la creatività è quasi l’unica faccenda reale che ci capita oggi nel deserto dei fake digitali. Mi ritrovo a ri-dirlo: ci obbliga per fortuna a elaborare un pensiero libero e originale, sempre più raro, analogico, (quasi) sempre nuovo, mobile e nobile, materno come l’unica certezza. Crea il mondo, prova - dal vero - a farlo migliore.

La fotografia, la musica lirica (la voce), la porta archetipica dei numeri, l’abilità compositiva audiovisiva e poetica (la scrittura e la voce, di nuovo) abitano Julia con passione struggente. Inducono a cercare – per definire le sue opere - una sintesi nell’aggettivo «multidisciplinare». Probabilmente è utile per sottolinearne la scansione realizzativa, l’urgenza decostruttiva della sua capacità sinestetica non comune, che è agita per avviare l’interlocuzione con il fruitore. Il discorso non è univoco, e segue il reticolo progettuale, le proporzioni, le distanze, i vettori immaginari: e così il mondo interno dell’Immacolata, dal pavimento alle pareti, dagli altari alla cupola (e anche oltre, all’esterno) è stato ricreato grazie alla Geografia concettuale di Julia che è ampia e fascinosa.

Si sviluppa dalla mappa interiore (d’amore) di Julia: è formidabile e la rende una protagonista nel panorama internazionale dell’arte contemporanea. Tale da ricombinare come mai prima gli ambienti castellani. Era una sorta di sfida lanciata d’intesa con Cristina Mattera, che presiede la neonata «Fondazione Karin e Gabriele Mattera» per regalarci gioie e sorprese, costruendo futuro sull’onda di fasti risalenti, tra le onde dell’Insula Minor, sì piccola, ma eu-topica e speranzosa.

Provo a orientarmi oltre l’impatto prima facie. Nella carta tangibile e fisica dell’Immacolata, a Nord, c’è la «Gravità gravida», la grande installazione sospesa/sorpresa: un paracadute in cotone rosa (stinto vintage) trattenuto da corde e innesti di ceramica. Fatto negli Anni Quaranta per lanciare aiuti in Africa, è inusuale manna, anzi «strumento di salvezza e caduta controllata», si fa corpo e mantello e grembo e rifugio, ma anche ariosa e ventilata pazziella come ogni gonna di mamma. Il riferimento storico è la Madonna del Polittico della Misericordia, capolavoro di Piero della Francesca (dove il mantello della Vergine Maria, aperto sui bisognosi, esprime con eleganza assoluta la funzione di protezione) a Sansepolcro.

E poi c’è l’indizio attuale: in una nicchia absidale Julia ha posizionato felicemente una maschera bianca evocativa del volto della Madonna stessa, una sorta di punctum settentrionale oltre «la membrana, riparo, ferita, soglia (che) accoglie il corpo del visitatore». Questo focus è l’inizio potenziale e ci fa spostare, si circumnaviga il manto ieratico, ci si piega in avanti e si va a traguardare il primo Meridiano: il volto s’intravede nello spiraglio imenico al centro, attraversando il volume che governa la sala, venendo da Sud, dall’ingresso della chiesa.

Proprio qui pende la «Vena», la lunga sequenza di 4.320 elementi, «Lacrimae» in ceramica bianca modellate e forate a mano, una a una, da Julia. Raggiunge decine di metri ed è «come un pensiero affidato all’universo». Che dire? Sono frenato da qualche dubbio nello scegliere la via esemplificativa del cordone ombelicale. Sarebbe banale? Chi s’azzarda a reciderlo? E se fossero gocce d’incenso?

«Su alcune perle compaiono – aggiunge Julia - parole, segni e numeri incisi: tracce di meditazione, desiderio, pace. Il numero riunisce riferimenti diversi: il 144 dell’Apocalisse, il 432 associato all’armonia e i 4.320 minuti contenuti in tre giorni - tempo di lutto, sospensione e attesa». L’attesa di Resurrezione. Ma non c’è countdown, non potrebbe. «L’opera non cerca di contare. Fa del numero un respiro, della ripetizione una presenza. Ogni perla conserva una variazione minima, un segno, un’impronta. Insieme compongono un corpo lento: un rosario senza dottrina, una costellazione di gesti che lega la materia alla memoria». Sarà strumento di Penitenza? Resta un metronomo inviolabile.

«Limen - la caduta è ritorno» è invece una videoinstallazione a tre canali, suono e voce (ha la durata di 17 minuti e 30 secondi, e va in loop) che intreccia tre azioni performative e tre luoghi dell’isola in un’unica visione: la chiesa dell’Immacolata, la rovina dell’antica Cattedrale del Castello e una spiaggetta un po’ segreta nei pressi di Lacco Ameno. Si va fuori, la mappatura s’allarga. «L’intero video è attraversato dal respiro che accompagna la nascita, lo sforzo, il dolore e il gioco (rieccolo)», dice Julia. Grotte, fango, acqua, fessure, parti, rocce, battigia. Il video è stato realizzato con le ballerine della Scuola di ballo Patty Schisa di Napoli e della scuola Body Ballet Dance di Ischia.

E poi c’è «Venter - sono quello che ho perso» che è un affondamento di pugni roteanti nel morbido: è una serie di sculture ispirate agli antichi putridaria monastici del Castello Aragonese. «Aperte verso l’alto e perforate inferiormente, raccolgono e rilasciano, trattengono e svuotano. Le forme originarie degli scolatoi mutano sotto la pressione delle braccia e delle mani in cavità organiche: conche, bacini, ventri, architetture fragili». Disfacimento. Rifacimenti.

Ascolta, è il momento: ecco la voce di Yvonne Florentine Schleuß, soprano che ha collaborato con Julia alla realizzazione dell'audio per il video. Avvolge il percorso espositivo nel candore dell’Immacolata che manifesta (in)definitivamente la «condizione instabile in cui protezione e perdita convivono senza mai risolversi». Fino a declinare l’interrogativo clou: «E se l’ultimo inganno non fosse l’amore, ma il mondo stesso? Se fosse tutto fango da plasmare nelle nostre mani».

Il canto s’espande. E ascolto Julia che mi legge la favola: «Una madre racconta. // Non per ricordare, ma per restituire». Non svelo tutti i versi, ma trascrivo il compimento:

[…] La terra dorme.

Ma ora, sotto la pelle del mondo,

si è svegliato un sogno come soglia.

Il suo racconto finisce dove tutto ricomincia.


Per me che mi sono alimentato con «La Poesia del Corpo e della Voce», da ragazzo, questo è il disegno di un’umanità mediterranea dalle profonde radici filosofiche, che si nutre di luce etimologica e lingua naturale, paesaggi e Natura (rieccola), e cattura l’energia vitale che si evolve, muta, s’oscura e rinasce.

Le premesse erano intellegibili. Julia Krahn è nata nel 1978 a Jülich dove c’è un castello di epoca romana, nel distretto di Colonia, ed è cresciuta ad Aachen (Aquisgrana). Dopo aver lasciato gli studi di medicina nel 2001, si è trasferita a Milano, e qui vive e lavora. Febbrile nello scrutare l’empatia e le risposte, pone al vertice la responsabilità che si dirige lontano, goethianamente. Roba di famiglia. Racconti del nonno. Suggestioni, curiosità. Poi, d’incuneamenti personali nella fangosità (terra e corpo) delle terme rigeneranti e curative (per dieci anni) a Ischia. «Ischia - Insel der Träume!», l’isola dei sogni non è forse un claim in voga? Sognando, sognando, prendendosi cura, è apparso il Castello nostro. Traccia esuberante. Grande Opera d’Arte, trafitta dal bianco sferico dell’Immacolata, dai perforamenti dell'Assunta, imponenti e ideali per confrontarsi e dialogare polifonicamente, senza fermarsi, con la memoria che è condizione della materia, evanescente, persistente, vulnerabile.

Backstage performance (photo Marco Albanelli)

Dentro e fuori, l’anima continua a volare - «Die Seele springt» - nonostante tutto, va in cielo senza bisogno di cieli. Mentre noi non sapremmo fare a meno del volo dell’angelo/noi, il volo possibile del corpo.

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LA MOSTRA

«Ursprung & Untergang. Al crepuscolo, una favola!» di Julia Krahn

Chiesa dell’Immacolata – Castello Aragonese - Ischia

Visitabile tutti i giorni, fino al 30 settembre 2026, dalle ore 9 al tramonto.

Informazioni: fondazionemattera.org